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	<title>Testimonianze - Fondazione Dr. Ambrosoli Memorial Hospital</title>
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	<title>Testimonianze - Fondazione Dr. Ambrosoli Memorial Hospital</title>
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		<title>Un impegno che non può finire</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ADM-translator]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Feb 2026 13:02:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A un anno dal taglio dei fondi USAID, abbiamo voluto raccogliere la testimonianza di Alex Ojera (Responsabile della Sanità Pubblica e del Servizio Infermieristico all'ospedale di Kalongo), che ci ha raccontato in prima persona le conseguenze di questo taglio sulla vita dei pazienti sieropositivi e sul lavoro quotidiano dell’ospedale. “Il taglio degli aiuti statunitensi ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>A un anno dal taglio dei fondi USAID, abbiamo voluto raccogliere la testimonianza di Alex Ojera (Responsabile della Sanità Pubblica e del Servizio Infermieristico all'ospedale di Kalongo), che <strong>ci ha raccontato in prima persona le conseguenze di questo taglio sulla vita dei pazienti sieropositivi e sul lavoro quotidiano dell’ospedale.</strong></p>
<p><em>“Il taglio degli aiuti statunitensi ha avuto un impatto profondo sulla comunità, in particolare sulle persone in terapia antiretrovirale. Oltre 3.000 pazienti beneficiavano dei nostri servizi; oggi non riusciamo più a seguire quasi 500 di loro, perché mancano le risorse per rintracciarli e raggiungerli nei centri comunitari. Gli aiuti permettevano anche la formazione e il sostegno dei referenti sanitari dei villaggi, attività oggi sospese, e contribuivano alle spese di gestione dell’ospedale. La riduzione del budget ha colpito anche il personale sanitario, che continua però a sentire forte la responsabilità di sostenere la comunità anche sul territorio.</em></p>
<p><em>Siamo profondamente grati alla Fondazione Ambrosoli e a tutti i suoi sostenitori che sono al nostro fianco per aiutarci a colmare questo vuoto. Nonostante tutto il nostro l’impegno, molti pazienti sono stati duramente colpiti e di alcuni non conosciamo più la situazione: non sappiamo se si siano rivolti ad altre strutture sanitarie o se abbiano interrotto del tutto le cure. <strong>Le conseguenze della sospensione degli aiuti potrebbero non essere immediatamente visibili, ma rischiano di emergere nei prossimi anni</strong>, <strong>co</strong></em><strong><em>n un impatto serio e duraturo sulla salute dell’intero Paese".</em></strong></p>
<p>In questa pillola video, Alex ci racconta in particolare le conseguenze sulla salute e il futuro delle mamme e dei neonati.</p>
<p>Se non visualizzi l'immagine clicca qui <a href="https://www.youtube.com/shorts/T3pa-YLs-dg">https://www.youtube.com/shorts/T3pa-YLs-dg</a></p>
<p><iframe title="Un vuoto da colmare, per la salute di mamme e bambini" width="422" height="750" src="https://www.youtube.com/embed/T3pa-YLs-dg?feature=oembed&enablejsapi=1&origin=https://www.fondazioneambrosoli.it" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>

<p><a href="https://www.fondazioneambrosoli.it/un-impegno-che-non-puo-finire/">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Sentirsi a casa, a Kalongo</title>
		<link>https://www.fondazioneambrosoli.it/sentirsi-a-casa-a-kalongo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ADM-mcf]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2026 09:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando arrivi a Kalongo, ti risuonano dentro le frasi di chi ti ha detto che fare un’esperienza in Africa è qualcosa di bellissimo, di incredibile. In realtà all’inizio non è stato facile, mi sono chiesta se fosse normale fare tutta quella fatica per capire come funzionava il posto, per comprendere la lingua, per capire come relazionarmi con gli altri.  Mi sentivo un po’ [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span data-contrast="auto">Quando arrivi a Kalongo, ti risuonano dentro le frasi di chi ti ha detto che fare un’esperienza in Africa è qualcosa di bellissimo, di incredibile. In realtà all’inizio non è stato facile, mi sono chiesta se fosse normale fare tutta quella fatica per capire come funzionava il posto, per comprendere la lingua, per capire come relazionarmi con gli altri.</span><span data-ccp-props="{}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Mi sentivo un po’ come se camminassi in punta di piedi, per paura di sbagliare, senza sapere bene come gestire la relazione con l’altro. Poi, piano piano, ho capito che comportandomi in modo naturale, come se </span><i><span data-contrast="auto">“fossi a casa mia</span></i><span data-contrast="auto">” tutto diventava più semplice. </span><span data-ccp-props="{}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Lavorando in OPD, che è la porta d’ingresso dell’ospedale (un po' il nostro pronto soccorso), ho ritrovato in parte una realtà che conosco. Certo devi fare i conti con le poche risorse e accettare che non tutto si può fare. Ma come in Italia, anche qui quando si lavora non c’è una vera distinzione gerarchica tra i ruoli ma una forte solidarietà. Ci si aiuta moltissimo tra medici, infermieri, clinical officer. </span><span data-ccp-props="{}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Ciò che mi ha colpito di più nel lavorare al loro fianco è il fatto che spesso arrivano alle stesse conclusioni a cui arrivo io pur seguendo un percorso diverso. In questo ospedale riescono a fare diagnosi basandosi solo sulla clinica. È impressionante quanto siano bravi in questo. Noi, invece, ci affidiamo molto agli esami. </span><span data-ccp-props="{}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">In fondo la forza di Kalongo sta proprio nelle persone. L’ospedale è completamente integrato nella comunità. Molto spesso chi lavora in ospedale conosce bene i pazienti. E conosce la realtà in cui vivono, sa cosa si può fare e cosa no. </span><span data-ccp-props="{}"> </span></p>
<p><span data-contrast="auto">Ed è questa conoscenza, unita alla dedizione di chi ci lavora, che permette a questo ospedale di affrontare le innumerevoli sfide per difendere la salute di chi ha più bisogno, con poche risorse ma sempre grandissima umanità.</span><span data-ccp-props="{}"> </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Elena Targetti, specializzanda in medicina d’Emergenza e Urgenza</p>
<p><em>Kalongo, </em><em>novembre 2025 </em></p>

<p><a href="https://www.fondazioneambrosoli.it/sentirsi-a-casa-a-kalongo/">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Una speranza per Stella</title>
		<link>https://www.fondazioneambrosoli.it/una-speranza-per-stella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ADM-translator]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Dec 2025 08:52:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando Stella, una bambina di 7 anni, è arrivata all’Ospedale di Kalongo le sue condizioni erano molto gravi. Il suo corpo era gonfio, respirava con fatica, parlava a stento. Da giorni mangiava poco, i suoi genitori erano molto spaventati. E' stata subito ricoverata nel reparto di pediatria, i medici le hanno diagnosticato una grave forma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando Stella, una bambina di 7 anni, è arrivata all’Ospedale di Kalongo le sue condizioni erano molto gravi. Il suo corpo era gonfio, respirava con fatica, parlava a stento. Da giorni mangiava poco, i suoi genitori erano molto spaventati.</p>
<p>E' stata subito ricoverata nel reparto di pediatria, i medici le hanno diagnosticato una grave forma di malaria con complicazioni renali e alterazioni pericolose dei livelli di potassio nel sangue. Una condizione che senza cure immediate e specialistiche può essere fatale.</p>
<p>Non era la prima volta che Stella si ammalava. In passato aveva già affrontato diverse forme severe di malaria e ricevuto più trasfusioni. Aveva iniziato la scuola con entusiasmo, ma la salute fragile e le continue ricadute l’hanno costretta a interrompere gli studi. È la quarta di sei figli, e la famiglia fatica ogni giorno a garantirle l’essenziale.</p>
<p><strong>A Kalongo, però, c’è sempre speranza.</strong></p>
<p>Grazie al lavoro instancabile del personale sanitario e alle terapie ricevute – tra cui farmaci antimalarici somministrati per via endovenosa, trattamenti per stabilizzare la funzione renale e controllare i valori ematici – le condizioni di Stella sono migliorate giorno dopo giorno. L’edema si è ridotto, i parametri vitali si sono normalizzati, e con essi è tornato il sorriso sul volto di questa piccola guerriera.</p>
<p>Dopo qualche settimana, Stella è stata dimessa in buone condizioni, completamente guarita.</p>
<p>&nbsp;</p>

<p><a href="https://www.fondazioneambrosoli.it/una-speranza-per-stella/">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Il coraggio di guardare oltre l&#039;orizzonte</title>
		<link>https://www.fondazioneambrosoli.it/il-coraggio-di-guardare-oltre-lorizzonte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ADM-translator]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Nov 2025 13:04:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
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					<description><![CDATA[Tra tanti incontri della mia settimana a Kalongo ho avuto il piacere di chiacchierare con Boniface il medical officer del reparto di pediatria, Janeth Akello, l’ostetrica responsabile della clinica prenatale, Alex Ojera che coordina tutte le attività di salute pubblica sul territorio. Tutti loro hanno uno sguardo speciale; certamente puntato sull’oggi, per riuscire ad alleviare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra tanti incontri della mia settimana a Kalongo ho avuto il piacere di chiacchierare con Boniface il medical officer del reparto di pediatria, Janeth Akello, l’ostetrica responsabile della clinica prenatale, Alex Ojera che coordina tutte le attività di salute pubblica sul territorio. <strong>Tutti loro hanno uno sguardo speciale; </strong>certamente <strong>puntato sull’oggi,</strong> per riuscire ad alleviare le sofferenze di chi ha più bisogno, <strong>ma anche</strong> <strong>sul futuro</strong>, <strong>con il coraggio di una visione ampia, lungimirante, a tratti persino ardita.</strong></p>
<p>Boniface mi ha parlato di come l’ospedale si stia prendendo cura dei bambini con anemia falciforme, cosa inimmaginabile fino a poco tempo fa e che sempre più bambini in futuro potranno accedere alle cure e iniziare finalmente a vivere una vita più serena….</p>
<p>Janeth Akello ha spiegato come il progetto di prevenzione e cura del cancro alla cervice uterina stia cambiando la vita di centinaia di donne su tutto il territorio, offrendo un servizio che nessuna altra struttura qui è in grado di offrire.</p>
<p>Alex Ojera, responsabile di tutte le attività di salute pubblica sul territorio è il primo che ha visto gli effetti dei tagli dei fondi USAID sulla prevenzione e il trattamento dei pazienti con HIV, è molto preoccupato delle conseguenze sulla possibile diffusione del virus, ma consapevole di quanto l’ospedale possa continuare a fare nella lotta alla malattia.</p>
<p><strong>Boniface, Alex, Janeth, sanno che non potranno salvare tutti</strong>, sono consapevoli che la strada per fare di più e meglio è lunga e lastricata di sfide inimmaginabili, prima fra tutte le risorse scarse, talvolta appena sufficienti a coprire i tanti bisogni, <strong>ma hanno fiducia, tanta pazienza e grande coraggio.</strong></p>
<p>La nostra presenza non cambia il loro coraggio di guardare oltre l’orizzonte: è <strong>un coraggio che appartiene alla loro storia, alla loro dignità, e continuerà a vivere anche dopo di noi.</strong> Ma il nostro sostegno può trasformare la loro speranza in azioni concrete, aprire percorsi di assistenza e cura importanti, che possono cambiare sul serio la vita di un bambino o di una mamma.</p>
<p>È questo che ci spinge a continuare: <strong>per accompagnare una speranza che già esiste</strong>, contribuendo concretamente a farla diventare possibilità e futuro per l’ospedale, per le famiglie, per tutta la comunità di Kalongo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">(Ilaria Baron Toaldo - Fondazione Dr Ambrosoli)</p>

<p><a href="https://www.fondazioneambrosoli.it/il-coraggio-di-guardare-oltre-lorizzonte/">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Dal timore alla gioia</title>
		<link>https://www.fondazioneambrosoli.it/dal-timore-alla-speranza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ADM-translator]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Nov 2025 13:03:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
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					<description><![CDATA[Ho incontrato Lilly il primo giorno in cui sono arrivata in NICU, la terapia intensiva neonatale. Ha solo ventiquattro anni, due bambini a casa e un terzo nato da poche settimane. Era arrivata a Kalongo in condizioni disperate: con convulsioni continue causate da una forma grave di preeclampsia che le aveva alzato tantissimo la pressione. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho incontrato Lilly il primo giorno in cui sono arrivata in NICU, la terapia intensiva neonatale. Ha solo ventiquattro anni, due bambini a casa e un terzo nato da poche settimane. Era arrivata a Kalongo in condizioni disperate: con convulsioni continue causate da una forma grave di preeclampsia che le aveva alzato tantissimo la pressione. L’hanno portata subito in sala operatoria per un taglio cesareo d’urgenza.</p>
<p>Il suo bambino è nato a 26 settimane, di appena 800 grammi. È stato trasferito subito in NICU, mentre Lilly è rimasta in terapia subintensiva per oltre una settimana a causa delle convulsioni continue.</p>
<p>Quando finalmente ha potuto raggiungerlo era molto spaventata. Non lo toccava, non lo nutriva, non trovava il coraggio di avvicinarsi. Aveva paura che potesse morire da un momento all’altro. A prendersi cura di lui sono state le ostetriche, competenti, attente, premurose.</p>
<p>Poi lentamente il bambino ha iniziato a prendere peso, Lilly ha cominciato a prenderlo in braccio. Ora è una mamma amorevole e attenta: gli offre il seno, lo lava, si prende cura di lui seguendo tutte le indicazioni. Oggi il piccolo pesa un chilo e 450 grammi. Se tutto va bene, tra pochi giorni potranno andare a casa.</p>
<p><em>Cosa sarebbe stato di loro senza le cure che hanno ricevuto qui? Senza la prontezza, la competenza e lo spirito d’iniziativa di queste ostetriche capaci di lavorare con pochissimi strumenti senza lasciarsi scoraggiare mai?</em></p>
<p style="text-align: right;">(Sara Gianola, ostetrica volontaria UniMib, novembre 2025)</p>

<p><a href="https://www.fondazioneambrosoli.it/dal-timore-alla-speranza/">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Serpenti, bufali e doni: Elisa a Kalongo</title>
		<link>https://www.fondazioneambrosoli.it/butera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ADM-ferrari]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Sep 2025 08:08:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
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					<description><![CDATA["Per me me essere a Kalongo e svolgere questo periodo di volontariato vuol dire donare qualcosa agli altri ma al tempo stesso in cui la tua idea è quella di donare agli altri, finisci per ricevere molto più di quanto doni, dai gesti umani, agli scambi culturali, agli scambi scientifici, tutto diventa un arricchimento personale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>"Per me me essere a Kalongo e svolgere questo periodo di volontariato vuol dire <strong>donare qualcosa agli altri</strong> ma al tempo stesso in cui la tua idea è quella di donare agli altri, finisci per<strong> ricevere molto più di quanto doni</strong>, dai gesti umani, agli scambi culturali, agli scambi scientifici, tutto diventa un arricchimento personale e altrui.</p>
<p>L’episodio che più mi ha colpito è stato quello di una bambina di 4 anni che è stata portata dai genitori per un morso di serpente, alla quale abbiamo dovuto amputare un piede e buona parte dei tessuti della gamba, il che ha richiesto tantissime medicazioni in sala operatoria. Per la bambina è stata ovviamente un trauma e lo si vedeva dal fatto che non ti sorrideva, era diffidente. È stata dura per lei ma al momento della ricostruzione dei tessuti, dopo che la ferita era pulita, è stata portata a Kampala ed affidata ad un chirurgo plastico, quindi sono sicura che questa storia finirà bene e ne sono felice.</p>
<p>Trascorrere del tempo a Kalongo è importante per i volontari, ti insegna a lavorare con poco, basandosi molto sulla clinica del paziente e meno sugli esami. Questo ti fa ripartire un po’ dalla base della medicina, <strong>dalle cose semplici che spesso vengono dimenticate</strong>.</p>
<p>Inoltre, le patologie sono molto diverse da quelle a cui sono abituata, il tipo di trauma che arriva è diverso, ad esempio in Italia abbiamo molti incidenti stradali mentre lì una cosa che mi ha colpito era proprio la causa del trauma (caduta da albero di mango, assaltato da bufalo...). Un’altra cosa che mi ha colpito è di aver visto pochissimi casi di tumore."</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Elisa Butera, chirurga a Kalongo</em></p>

<p><a href="https://www.fondazioneambrosoli.it/butera/">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Tra canti e lacrime di gioia la speranza di un futuro diverso</title>
		<link>https://www.fondazioneambrosoli.it/al-via-tra-canti-di-gioia-la-sessione-desami-alla-scuola-di-ostetricia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ADM-translator]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Jun 2025 10:11:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
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					<description><![CDATA["Di questi giorni intensi vissuti a Kalongo porto con me un momento particolarmente toccante, uno di quei momenti che ti emozionano profondamente e rafforzano la tua consapevolezza della ragione per cui sei lì e di quello che fai. Cerimonia di inaugurazione della sessione d’esami di giugno alla scuola di ostetricia: una bellissima festa organizzata con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>"Di questi giorni intensi vissuti a Kalongo porto con me un momento particolarmente toccante, uno di quei momenti che ti emozionano profondamente e <strong>rafforzano la tua consapevolezza della ragione per cui sei lì e di quello che fai.</strong></p>
<p>Cerimonia di inaugurazione della sessione d’esami di giugno alla scuola di ostetricia: una bellissima festa organizzata con entusiasmo dalle studentesse e dalle tutor nonostante fossimo all’alba della prima sessione di esami, <strong>una prova importante che dovrà confermare la capacità e la competenza di queste ragazze per la futura professione di ostetrica.</strong></p>
<p>Una delle esaminatrici è stata allieva della scuola di ostetricia prima di essere chiamata anche a questo ruolo e mi racconta come ha iniziato, come è stato il suo percorso di crescita umana e professionale, e come questa esperienza abbia contribuito a farla crescere non solo professionalmente. È bello ascoltarla, vederla così solare, motivata e molto professionale; <strong>un’ulteriore conferma di quanto la scuola di ostetricia di Kalongo lasci un segno indelebile su queste ragazze.</strong></p>
<p>Vengono presentati i diversi gruppi di allieve, quando arriva il turno di coloro che hanno potuto contare sulla borsa di studio offerta dalla Fondazione, una di loro, giovanissima, non riesce a trattenere le lacrime. Lacrime copiose e inarrestabili che esprimono la commozione e la <strong>profonda gratitudine per l’unica opportunità che cambierà la sua vita di donna e professionista.</strong></p>
<p>Nessuno di noi può restare indifferente di fronte a queste lacrime che scendono inarrestabili tra gli abbracci delle compagne. Penso a quanto sacrificio e a quanta sofferenza ci sia dietro a ogni loro successo scolastico, <strong>quanta fatica e quanto coraggio; per molte di loro la vita non è mai stata facile e ancora oggi non lo è</strong>. La maggior parte proviene da famiglie molto povere, che contano su di loro per sperare in un domani diverso.</p>
<p>Tornare a Kalongo, tornare alla Midwifery’s school è un’emozione che si rinnova ogni volta. Questa volta più che mai ha rafforzato in tutti noi la consapevolezza che <strong>i nostri sforzi e le nostre energie possono costruire davvero il miglior futuro possibile</strong>"</p>
<p style="text-align: right;">Giovanna Ambrosoli, giugno 2025</p>

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<p>&nbsp;</p>

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		<title>Essere nel posto giusto</title>
		<link>https://www.fondazioneambrosoli.it/essere-nel-posto-giusto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ADM-translator]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 May 2025 09:53:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
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					<description><![CDATA[Kalongo, 28 maggio 2025 Vi scrivo dalla piccola ma accogliente stanza della guest house dell'ospedale di Kalongo, e posso dire con sincerità di sentirmi profondamente felice. Quando poco fa Alex Ojera, il nostro collega ugandese, mi è corso incontro sorridendo sulla pista di atterraggio, ho capito di essere nel posto giusto. Ciò che dà senso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Kalongo, 28 maggio 2025</p>
<p><em>Vi scrivo dalla piccola ma accogliente stanza della guest house dell'ospedale di Kalongo, e posso dire con sincerità di sentirmi profondamente felice. Quando poco fa Alex Ojera, il nostro collega ugandese, mi è corso incontro sorridendo sulla pista di atterraggio, ho capito di essere nel posto giusto.</em></p>
<p><em><strong>Ciò che dà senso e compiutezza al nostro lavoro, agli sforzi di tutti coloro che ci sostengono, è  proprio qui.</strong> </em></p>
<p><em>È inciso nella fatica quotidiana delle giovani donne e uomini che lavorano instancabilmente in ospedale, nella forza silenziosa di una comunità che non si arrende mai.</em></p>
<p><em><strong>È nei piccoli gesti, nella cura quotidiana, che si costruisce qualcosa di vero e destinato a durare nel tempo.</strong> In un momento storico così ricco di criticità e notizie sconfortanti, che pongono domande a cui spesso non troviamo risposte, <strong>essere qui mi fa sentire nel posto giusto.</strong></em></p>
<p><em>Stare dalla parte giusta della storia non è uno slogan. È esserci con responsabilità e consapevolezza, con coerenza e con gesti di bene concreti. </em></p>
<p><em>Da questa piccola stanza, <strong>penso a colui che per primo ha capito tutto questo e ha tracciato il cammino per noi </strong>senza scoraggiarsi mai, e che diceva sempre: "Dobbiamo andare avanti. C'è così tanto da fare."</em></p>
<p>Demetra Sigillo, project manager, Fondazione Ambrosoli</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oggi splende il sole sul monte Oret e su tutta Kalongo, questa la pillola video che Demetra ha girato dall'alto del piccolo Cessna che l'ha portata a Kalongo</p>
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		<title>A Kalongo ho imparato a guardare diversamente</title>
		<link>https://www.fondazioneambrosoli.it/a-kalongo-ho-imparato-a-guardare-diversamente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ADM-ferrari]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 May 2025 10:47:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
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					<description><![CDATA[Paola Previtali, medico specialista in Medicina d'Urgenza dell'Ospedale Niguarda, racconta la sua esperienza in prima persona È difficile trovare le parole giuste per descrivere il mio primo contatto con l’Africa… Quella a ore di macchina dalla “civiltà”… Quella da cui, forse, dovremmo tornare per imparare un po’ di vera civiltà. Il mio arrivo alla guest house [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h4>Paola Previtali, medico specialista in Medicina d'Urgenza dell'Ospedale Niguarda, racconta la sua esperienza in prima persona</h4>
<p>È difficile trovare le parole giuste per descrivere il mio primo contatto con l’Africa… Quella a ore di macchina dalla “civiltà”… <strong>Quella da cui, forse, dovremmo tornare per imparare un po’ di vera civiltà.</strong></p>
<p>Il mio arrivo alla guest house di Kalongo, nel nord Uganda, è stato di sera, nel buio. Ero stanca e un po’ disorientata, accolta da un cielo stellato e da un gracidare di rane memorabile. Me ne sono andata nove giorni dopo, all’alba, con addosso una nostalgia che, probabilmente, è <strong>quel “mal d’Africa” di cui tutti parlano ma che non si comprende davvero finché non lo si prova</strong>.</p>
<p>In mezzo, c’è stata una settimana intensa, che forse ha lasciato qualcosa agli infermieri, alle ostetriche e ai medici che abbiamo incontrato — ma che <strong>di certo ha lasciato e insegnato moltissimo a me</strong>.</p>
<p>Mi ha insegnato che per essere appassionati, curiosi, dedicati al proprio lavoro, <strong>non servono grandi strumentazioni o tecnologie avanzate</strong>. Ho incontrato operatori sanitari che lavorano con una dedizione invidiabile, <strong>quella che noi, spesso, abbiamo perso dietro alla burocrazia e ai tecnicismi</strong>. Professionisti desiderosi di imparare, di migliorarsi, per offrire sempre di più ai propri pazienti.</p>
<p>Un brillante infermiere della Terapia Intensiva, alla nostra proposta di venire in Italia qualche giorno per conoscere la nostra realtà, ha risposto che <strong>preferisce prima specializzarsi ulteriormente, per comprendere meglio ciò che vedrà e poterne fare davvero tesoro</strong>. Un grande insegnamento, soprattutto per noi medici, che a volte saremmo pronti a scavalcare tappe pur di raggiungere una posizione di potere, a prescindere dal merito.</p>
<p>Mi ha insegnato che <strong>la semeiotica funziona ancora, ed è utile.</strong> Quella straordinaria capacità di visitare, osservare, ascoltare il paziente, di ricercare segni e sintomi: ciò che noi tendiamo a trascurare, rifugiandoci dietro montagne di esami strumentali.</p>
<p>E mi ha sbattuto in faccia la realtà delle morti per HIV, per malaria, e purtroppo anche per malnutrizione. Sì, lo sappiamo. Lo sentiamo in TV, lo leggiamo sui giornali. <strong>Ma vederlo è un’altra cosa.</strong></p>
<p>L’ospedale di Kalongo è una realtà che funziona, che offre sostegno e speranza a tanti pazienti e alle loro famiglie. Famiglie che <strong>campeggiano nei giardini e nei cortili per prendersi cura dei propri cari durante il ricovero</strong>, lavando i loro vestiti, cucinando in una grande cucina all’aperto. E pensare agli anziani lasciati soli nei nostri reparti…</p>
<p>L’ospedale di Kalongo è una realtà che lavora. E tanto. Ma ha ancora bisogno di crescere. <strong>Ha bisogno, prima di tutto, di formazione.</strong> I medici sono pochi, e gli infermieri fanno un lavoro straordinario, spesso oltre le proprie possibilità e competenze. <strong>Devono e vogliono specializzarsi, e hanno assolutamente la stoffa per farlo.</strong></p>
<p>C’è certamente bisogno anche di materiale specialistico, ma che sia <strong>mirato, portato con un obiettivo chiaro e accompagnato da una formazione dedicata.</strong></p>
<p>Il lavoro di formazione avviato da alcuni colleghi di Niguarda credo possa essere molto utile. Le prime missioni ci sono servite per prendere confidenza, per prendere le “misure” reciproche. E credo che lo stesso sia valso per loro. <strong>Ora dobbiamo costruire un percorso strutturato, disegnato sulle loro esigenze. Noi siamo pronti e volenterosi. E loro lo sono anche più di noi.</strong></p>
<p><strong>L’Africa che ho conosciuto a Kalongo mi ha sbattuto in faccia la mia fortuna.</strong> Io, europea, italiana, che non soffro la malnutrizione, che dormo in un letto pulito, che se contraessi l’HIV probabilmente non ne morirei.</p>
<p>Ma <strong>mi ha anche insegnato a sorridere.</strong> Perché lì funziona così: ci si sorride, sempre, quando ci si incontra.</p>
<h3>Formazione medica a Kalongo: l’impegno della Fondazione Ambrosoli</h3>
<p>In Uganda, dove ci sono solo 1,7 medici e 13 infermieri ogni 10.000 abitanti, la formazione del personale sanitario locale è una sfida continua, ma anche un’opportunità di cambiamento concreto.</p>
<p>Per questo, la Fondazione Ambrosoli investe in <a href="https://www.fondazioneambrosoli.it/cosa-facciamo/formazione-qualificata/"><strong>programmi di aggiornamento e scambio professionale</strong></a>, coinvolgendo specialisti dall’Italia in percorsi di crescita condivisa.</p>
<p>Ad aprile 2025, grazie alla collaborazione con l’<a href="https://www.ospedaleniguarda.it/"><strong>Ospedale Niguarda di Milano</strong></a>, un team di dottoresse e infermiere della Terapia Intensiva è partito per Kalongo per proseguire la missione di formazione che alcuni colleghi avevano avviato lo scorso novembre: condividere competenze, rafforzare la neonata Unità di Terapia Subintensiva e supportare i colleghi ugandesi nella gestione dei pazienti più critici.<br />
Per una settimana, tra formazione, pratica e confronto, hanno lavorato fianco a fianco con il personale dell’ospedale, affrontando casi complessi e approfondendo le procedure per la gestione delle emergenze, dai traumi alle ustioni.</p>

<p><a href="https://www.fondazioneambrosoli.it/a-kalongo-ho-imparato-a-guardare-diversamente/">Source</a></p>]]></content:encoded>
					
		
		
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