Questo mio primo mese di Africa, al Dr. Ambrosoli Memorial Hospital di Kalongo (Uganda), porta con sé già un bagaglio pieno di insegnamenti:

Ho imparato che bisogna essere forti perché la Forza è la prima medicina per sopravvivere in un contesto rurale come questo

Ho imparato che il cambiamento climatico ha colpito anche l’equatore: la stagione delle piogge che sarebbe dovuta terminare a ottobre non accenna a fermarsi anzi, è fonte di criticità

Ho imparato che l’umidità e le piogge raffreddano i nostri prematuri che, non accumulando energia, faticano a crescere. Non ci sono incubatrici per tutti, ma per fortuna il contatto con la propria mamma, attraverso la kangaroo mother care, permette di accumulare calore

Ho imparato che il concetto dell’ “essenziale” è relativo: è essenziale avere accesso alle cure basilari ma non è detto che queste raggiungano ogni angolo della Terra

Ho imparato che il tempo assume tutto un altro significato: “ora” può voler dire minuti, ore, ma anche giorni. Quando si ha davanti un bimbo con 2 di emoglobina, sarebbe necessario fare qualcosa subito, una trasfusione di sangue, ma purtroppo qui “subito” è subordinato alla disponibilità delle persone (una stessa persona non può donare il proprio sangue più volte in tempi ravvicinati), al loro arrivo da villaggi talvolta tanto lontani, alla compatibilità di gruppo; per cui purtroppo a volte non puoi far altro che adattare il tuo concetto di tempo al loro

Ho imparato che il cuore di un bimbo può battere con una frequenza superiore a 240 bpm per anemia, disidratazione o sepsi e fornendo trasfusione, liquidi e antibiotici il cuore rallenta il proprio ritmo galoppante dando al bimbo la possibilità di tornare a sorridere

Ho imparato che bisogna pensare non una ma tante volte prima di richiedere un esame perché qui, anche quello più banale (ad esempio la stima del valore dell’emoglobina), ha un costo che non tutti si possono permettere

Ho imparato che è fondamentale basare il proprio ragionamento medico sulla clinica, sui segni tramite i quali una patologia si manifesta, che nel mondo occidentale si associano quasi sempre ad esami laboratoristici e strumentali, ma qui sono davvero molto pochi e talvolta vanno “out of stock”

Ho imparato che forse non è un errore dimettere un bimbo prima del dovuto perché la mamma, terminate le scorte alimentari, ti confessa che non saprebbe come nutrirlo

Ho imparato che la rabbia per la consapevolezza di sapere che si potrebbe fare di più ma che qui “di più” non è ancora arrivato (e chissà se e quando arriverà) è fonte di distrazione e di spreco di energie. E’ importante invece rimanere concentrati e convogliare le forze per i tanti bimbi che sono ancora ricoverati

Ho imparato che la solidarietà è un valore che qui manifestano tutti, anche le persone più in difficoltà, perché è importante sentirsi tutti allo stesso livello. Non c’è litigio, non c’è arroganza, non c’è pretesa per i propri bimbi, nemmeno per quelli più critici, perché si sa che l’aiuto dal prossimo arriva in ogni caso

Ho imparato che la parola che più sento rivolgermi è “Grazie”. “Grazie perché hai scelto di lavorare qui Doctor” – “Grazie per il bel lavoro svolto oggi Doctor” (ripetuto tutti i giorni) – “Grazie Doctor per voler condividere con noi i tuoi insegnamenti”.

Ma non c’è linguaggio verbale che regga il confronto di uno scambio di sguardi, uno scambio di sorrisi: il sorriso, nel linguaggio dei miei pazienti di Kalongo, significa richiesta di aiuto, significa accoglienza, significa rispetto, significa fiducia ma significa anche Grazie. In acholi “Apwoyo”.

Ilaria Fumi
specializzanda in pediatria
di Idea Onlus partner di Fondazione Ambrosoli