Le storie sono tante e colpiscono tutte per motivi diversi. A volte per complessità, a volte per la soddisfazione di un successo, altre volte per la difficoltà con cui si cerca di arrivare ad una diagnosi nelle limitatissime risorse del lavoro.
La storia che vorrei raccontare la porterò sempre con me per via di una frase che mi ha detto il papà di Hope, un mio piccolo paziente. Una frase che ho subito impacchettato nel cuore. Il bambino ora sta bene: l’ho dimesso proprio oggi, mentre scrivo questo racconto.
Hope è un bambino di un anno. È arrivato in ospedale con il papà per una brutta polmonite da aspirazione e un importante distress respiratorio; probabilmente conseguente ad una uvulotomia: una pratica locale, molto traumatica di rimozione o riduzione dell’ugola su bambini con tosse, debolezza o presunte infezioni alla gola.
Mi sono dedicato a Hope quotidianamente per aspirare le secrezioni, fare l’aerosol più volte al giorno, riposizionare infinite volte le cannule nasali per il supporto respiratorio, monitorare i parametri e somministrare la terapia. Dopo un paio di giorni, intuendo le “torture” necessarie a farlo stare meglio, il bambino ha cominciato a piangere anche solo vedendomi entrare in reparto. Poi un giorno, quando Hope ha iniziato a dare i primi segni di miglioramento, suo padre mi ha detto: “Dottore, dovresti essere sempre qui perché quando sei qui mi sento molto bene!"
Enrico Armiento, specializzando in pediatria
(Ospedale Bambin Gesù di Roma)
Kalongo, marzo 2026