Il finanziamento pubblico dei programmi sanitari è stato di recente caratterizzato da una crescente condizionalità nell’erogazione delle risorse. In questa tendenza tipicamente s’inscrivono i programmi di finanziamento basati sui risultati (Result Based Financing, RBF), che promettono premi, a individui o istituzioni, condizionandoli al raggiungimento degli obiettivi concordati.

Il St. Mary’s Hospital di Lacor (Gulu, Uganda) e la Fondazione Corti, dopo una prima esperienza con l’approccio RBF finanziata dal Governo inglese, hanno esteso l’adozione dei meccanismi premiali con il fine di migliorare la qualità delle cure erogate.

All’inizio previsti solo nel caso di attività ambulatoriali, grazie al contributo triennale dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), meccanismi di finanziamento basati sui risultati sono stati sperimentati anche nei reparti di pediatria  del Lacor Hospital e del Dr Ambrosoli Memorial Hospital di Kalongo, mostrando un notevole potenziale sia nel migliorare la qualità dei servizi offerti, sia nel contribuire alla riduzione degli elevati tassi di mortalità infantile.

A partire da quest’esperienza, e dall’analisi delle evidenze accumulate  negli ospedali di Lacor e di Kalongo, l’Università di Napoli Federico II, in collaborazione con la Fondazione Corti e la Fondazione Ambrosoli, promuove una giornata di riflessione sui sistemi di Result based financing e sulla loro efficacia nel favorire sostenibilità e qualità in ambito sanitario.

 

 

La variante delta si sta diffondendo tra gli africani a una velocità di diffusione impressionante: 225 volte maggiore rispetto alla prima ondata del virus originario in Africa. L’Uganda presenta un elevato numero di casi nella fascia di età under 40, con una mortalità in aumento. La maggior parte dei malati richiedono ricovero nei reparti di terapia intensiva o sub-intensiva. La domanda di ossigeno, con pazienti che consumano tra le 4 e le 6 bombole al giorno contro le 1-2 bombole dei pazienti ricoverati in terapia sub-intensiva per altre patologie, è aumentata esponenzialmente.

All’ospedale di Kalongo, COVID19 - centro di riferimento per i casi lievi e moderati, il tasso di positività è oggi al 22%, ma i casi sono certamente molti di più dato lo scarso numero di test a disposizione.

“Il nostro algoritmo di test si rivolge principalmente solo alle persone che mostrano sintomi simili a COVID per ottimizzare le scarse risorse di test che abbiamo” – ci racconta il dott. Smart, direttore dell’ospedale – “Questo significa che i positivi che non mostrano sintomi non si riescono a raggiungere e inoltre non si riescono a fare i test su coloro che sono entrati in contatto con persone contagiate. A tutti i contatti tracciabili consigliamo di auto-isolarsi per almeno 10 giorni. La tracciabilità è molto complessa e difficoltosa da mettere in pratica nelle nostre comunità di villaggi isolati

Da giugno sono stati ricoverati e curati 20 pazienti, l'80% ossigeno-dipendente, ma grazie alla tenacia dei medici e del personale dell’ospedale solo 3 pazienti sono deceduti.

Per affrontare questa pandemia, che si aggiunge ad una situazione sanitaria già precaria, l’Ospedale ha potuto garantire le cure grazie al supporto della Fondazione Ambrosoli, non addebitando alcun costo ai pazienti, a differenza molti altri ospedali del Paese.

Per aiutare l’ospedale a fronteggiare la pandemia, la Fondazione ha stanziato dal 2020 circa € 82.000 per la fornitura di mascherine, guanti, disinfettanti, strumentazioni per la respirazione. A voi che ci sostenete e che ci siete vicino va il nostro grazie!

La situazione non potrebbe essere più drammatica, non soltanto nel presente, ma anche in prospettiva.

La campagna vaccinale in Africa non sta seguendo i ritmi sperati, soltanto l’1% della popolazione è stato completamente vaccinato.

Abbiamo di fronte a noi un percorso difficile. Mancano farmaci, dispositivi medici e strumentazioni di prima necessitàquesto l’appello che arriva dal Dr. Smart – “con la velocità di propagazione del virus le riserve degli ospedali si sono esaurite, anche qui a Kalongo. Il nostro reparto di isolamento è vecchio, non è adatto e sicuro alla cura dei pazienti. Ma soprattutto la fornitura di ossigeno rimane molto impegnativa. E’ rischioso e non possiamo fare affidamento sui concentratori che spesso si rompono a causa dell’uso costante. Per questo spesso ricarichiamo le bombole di ossigeno presso il Lacor Hospital a Gulu ma questa soluzione aggrava ulteriormente il costo delle cure che l’ospedale deve sostenere per curare i pazienti COVID". 

Un impatto che si riversa su tutto l’ospedale: perché i bambini continuano a nascere, aumentano i casi prematuri, la malaria e la malnutrizione, la tubercolosi non danno tregua.

Non lasciamoli soli!

Si contano 90.656 casi confermati con 68.241 ricoverati e nell’ultimo mese il Covid ha provocato più vittime rispetto all’anno precedente. Numeri che per un paese che vive in povertà e con un sistema sanitario precario fanno la differenza. Con la rapida diffusione della variante Delta, il 66% dei casi gravi in soggetti di età inferiore ai 45 anni è stato attribuito proprio alla variante. La pandemia ha, però, interessato duramente tutta la popolazione, comprese le comunità che vivono nelle regioni più isolate del paese che sono toccate da una crisi non solo sanitaria, ma anche economica e sociale. Proprio come qui a Kalongo nel Nord del paese, un’area poverissima e isolata. 

Le famiglie vivono principalmente di agricoltura di sussistenza e dove, con le restrizioni imposte, gli spostamenti nel Paese sono difficili, portandosi dietro un drastico calo degli scambi commerciali che ha pesantemente influito sull’economia. I risparmi mensili accumulati dalle famiglie sono pressoché dimezzati, e le spese totali su base mensile si sono ridotte del 20% nell’ultimo anno. Anche la composizione delle singole spese è cambiata: rispetto all’anno precedente, le persone hanno speso meno per cibo, vestiti e attività produttive, mentre i costi sostenuti per la salute sono aumentati, con anche numerose difficoltà per accedere ai servizi sanitari di base. 

Gli effetti della crisi sull’utilizzo dei sistemi sanitari sono evidenti: la maggior parte della popolazione preferisce evitare o posticipare le cure in caso di disturbi lievi, ma anche una parte circa il 20% si dice disposto a posticipare visite e ricoveri. 

Dopo un anno di pandemia gli effetti della crisi sulle comunità locali sono pesanti e riguardano diversi aspetti della vita di queste persone. E questa nuova ondata lascia poche spazio alla speranza di un ripresa ad una normalità che in tutto il mondo auspichiamo, ma che in questi paesi significa solo cercare di sopravvivere. 

 

Restaci accanto, l'ospedale di Kalongo ha bisogno del nostro aiuto subito!

Evelyn ha 28 anni ed è alla sua terza gravidanza.  Quando entra in travaglio, decide di partorire nel vicino Health Center. I due parti precedenti sono stati normali ed anche questa gravidanza è proceduta regolarmente. Ma questa volta le cose non si mettono bene. Dopo la nascita del bambino la placenta non viene espulsa, Evelyn perde molto sangue, la giovane ostetrica fatica a effettuare la rimozione manuale. Ci riesce ma la paziente ha bisogno di sangue. Caricata insieme al suo bambino in ambulanza, all’arrivo in ospedale è incosciente. Il personale si affretta ad effettuare le manovre di rianimazione mentre il neonato viene inviato in neonatologia. Finalmente la paziente riprende coscienza, è stabile. Nei giorni successivi la diagnosi di malaria aggrava la sua anemia, ma Evelyn sembra passare attraverso tutte le sue sfortune con una invidiabile tenacia.   

Purtroppo dopo un paio di giorni in cui sembrava essersi ripresa, Evelyn ha di nuovo febbre alta, la pancia è gonfia, ha tosse e respira a fatica. Pensiamo ad una febbre puerperale, probabilmente indotta dalle manovre ostetriche. Iniziamo gli antibiotici, ma Evelyn fa sempre più fatica a respirare. Non abbiamo dubbi, facciamo il test rapido per il covid 19. Con sgomento di tutti il test risulta positivo. 

Mi chiamano, ormai è domenica sera, non possiamo inviare la paziente a Gulu, dove esiste il centro di isolamento. Organizziamo quindi il trasferimento nella nostra area di isolamento. Prepariamo l’ossigeno, mettiamo delle infusioni. Con nostro sollievo la sua saturazione sembra reggere bene.  Ma se il respiro si mantiene con parametri normali, la situazione addominale non si sblocca. Forse ci sara bisogno di un intervento chirurgico. Lo spieghiamo alla paziente ed ai parenti, sono disperati. Ricontattiamo Gulu che ci informa che non hanno possibilità di chirurgia, nè tanto meno del materiale sufficiente per proteggere il ventilatore.  

Mi sento sola, ci sentiamo soli. Mi passano per la mente le immagini delle nostre terapie intensive, mi risuonano nella testa i bip dei monitors, rivedo il team di medici che si consulta. Giro lo sguardo nella stanza dove Evelyn si è ora assopita, la flebo, il concentratore di ossigeno in standby, il saturimetro. Penso a questa giovane vita che affronta una battaglia cosi grande, contro le complicanze ostetriche e contro il covid. Penso tra me “Forza Evelyn dobbiamo farcela!” 

 Carmen Orlotti 

Medico chirurgo all’ospedale di Kalongo 

 

Il presidente dell'Uganda Yoweri Museveni alcuni giorni fa ha reimposto un rigoroso blocco che include la chiusura delle scuole e la sospensione dei viaggi interdistrettuali per aiutare a contrastare un'ondata di casi COVID-19 nel paese dell'Africa orientale. Un nuovo lockdown colpisce l’Uganda. Una doccia fredda per tutti noi, a Kalongo come in Italia.

Il mese scorso le infezioni hanno iniziato a salire e i nuovi casi sono aumentati a causa delle varianti più aggressive come quella inglese, indiana e sud africana, in particolare tra i più giovani, alimentando i timori che il paese possa scivolare in una nuova ondata fuori controllo. L’annuncio del blocco dei trasporti, ha scatenato un movimento di studenti e lavoratori che ansiosi di tornare a casa, sono partiti da distretti dove il tasso di infezione è già altissimo, portando l’infezione nei loro villaggi.

Il virus ha iniziato a correre  all’improvviso e più veloce di prima in tutto il Paese: il tasso di positività è salito dal 2% al 17%. Sono 61.977 i casi positivi ad oggi, ma si teme che i numeri siano molti di più di quelli ufficialmente segnalati.

La D.ssa Carmen Orlotti chirurgo a Kalongo al Dr. Ambrosoli Memorial Hospital, ci aggiorna in tempo reale: Anche a Kalongo abbiamo iniziato a registrare i primi positivi. Abbiamo riaperto il centro per l’isolamento e il trattamento dei casi Covid. I primi pazienti ricoverati presentano un quadro tipico di insufficienza respiratoria con dipendenza dall’ossigeno. Ossigeno che noi possiamo erogare solo dai concentratori di ossigeno.  Il protocollo ministeriale prevede il trasferimento di tutti questi pazienti a Gulu, il centro di isolamento regionale più vicino, ma è già sovraffollato. Saranno giorni difficili quelli a venire. Fronteggiare un’epidemia senza aver tutti i mezzi per farlo al meglio espone il personale, i pazienti e le loro famiglie a rischi altissimi. Noi andiamo avanti, uno sguardo in alto a chiedere ancora una volta che p. Ambrosoli custodisca il suo ospedale e quanti vi lavorano o cercano aiuto”. 

Il personale di Kalongo fortunatamente è stato vaccinato, ma ora temiamo il propagarsi del virus tra pazienti e famiglie. La paura è che finiscano presto i posti letto negli ospedali, senza dimenticare che ci sono soltanto 218 posti in terapia intensiva a fronte di 44 milioni di abitanti. L’ossigeno scarseggia ovunque, i centri regionali di isolamento sono già al limite della loro capacità di accoglienza.

Il governo ha fatto numerosi sforzi per mettere in sicurezza il paese ma quello che manca davvero in Uganda sono i vaccini. Su quasi 2 miliardi di somministrazioni fatte nel mondo, solo 30 milioni di dosi (pari all’1%) sono arrivate in Africa. 

Secondo quanto afferma anche Matshidiso Moeti, direttore regionale per l’Africa dell’OMS, la minaccia di una terza ondata è reale e crescente nel continente considerato che la campagna vaccinale è sostanzialmente ferma: la previsione fatta per mesi dagli scienziati di tutto il mondo, secondo i quali la carenza di vaccini nei paese del terzo mondo avrebbe favorito nuove ondate di contagi e la nascita di nuove varianti, si sta purtroppo avverando.

Non lasciamoli soli! Siamo molto preoccupati ma consapevoli: dobbiamo aiutare l’ospedale a far fronte nel miglior modo possibile alla nuova ondata continuando a prendersi cura di chi ha più bisogno.

Il 14 giugno si celebra la Giornata mondiale del donatore di sangue, istituita dall’OMS. Un gesto semplice che può salvare molte vite, ma che in zone remote come l’Africa, e qui in Uganda, presenta ancora criticità in un sistema sanitario fragile. A Kalongo i beneficiari principali delle donazioni di sangue sono bambini con forme gravi di malaria, donne con emorragie post-parto, ma anche vittime di violenza di genere. E quando il sangue manca sono proprio loro a subirne le conseguenze.

La situazione in questo anno di pandemia si è ulteriormente aggravata. L’erogazione dei servizi sanitari di base in ospedale, è stata messa a dura prova dal lockdown con i pazienti che accedevano in ritardo alle cure mediche per paura del contagio, raggiungendo così l’ospedale in condizioni critiche, molte delle quali richiedevano trasfusioni di sangue di emergenza.

Grazie al supporto dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), l’ospedale di Kalongo ha ricevuto sacche di sangue e altro materiale necessario per le trasfusioni di emergenza e salvavita. Questo sostegno rientra tra gli sforzi dell’ufficio regionale dell’AICS Nairobi per aiutare i sistemi sanitari locali nella Regione che, nelle circostanze straordinarie provocate dalla pandemia Covid-19, hanno dovuto affrontare difficoltà crescenti nel fornire una risposta più efficace e tempestiva.

Se in condizioni normali l’ospedale di Kalongo si affida alla banca del sangue Gulu per le trasfusioni, la chiusura di scuole e università durante la pandemia ha creato un improvviso vuoto nella disponibilità di sangue che ha pesantemente colpito l’intero Paese, essendo gli studenti la principale fonte di donazioni di sangue. La carenza di sangue ha conseguenze letali, in particolare per i pazienti pediatrici sotto i 5 anni e in caso di complicanze ostetriche. In questa situazione di emergenza, l’ospedale ha dovuto fare affidamento sul prelievo di sangue locale per salvare i pazienti la cui vita dipende proprio dalle trasfusioni di sangue.

Grazie all’AICS Nairobi ha ricevuto sacche di sangue, reagenti, siringhe, test di screening e altro materiale necessario per le donazioni di sangue di emergenza. Un contributo importante che si unisce agli sforzi che la Fondazione porta avanti quotidianamente per garantire quotidianità alle cure dell’ospedale.

Passata la paura del primo lockdwon, è notizia di pochi giorni fa che il governo ugandese ha decretato un nuovo lockdown. Questo isolerà ancora una volta l'ospedale rendendo più problematico l’approvvigionamento di tutto ciò che serve ai reparti. La paura e i timori tornano, con l’affanno di riuscire a salvare più vite possibili, perché oltre alla pandemia sono arrivate le piogge e con esse anche immancabilmente la malaria …

Non lasciamoli soli. Grazie per quello che potrete fare!

E’ stata un’occasione che ha ridotto le distanze con Kalongo, in un momento difficile per il mondo intero, che ci ha permesso di ascoltare racconti di vita quotidiana dalla viva voce di chi ogni giorno ‘vive la routine’, come loro stessi la definiscono con grande forza e resilienza, … di certo una routine molto diversa da come noi la possiamo immaginare.

Per chi non avesse potuto partecipare al nostro evento online di giovedì 27 maggio, in diretta da Kalongo con la dr.ssa Carmen Orlotti e il dr. Tito Squillaci , qui potete ascoltare la registrazione delle loro testimonianze.

E’ l’insegnamento e il monito che ci ha lasciato Padre Giuseppe con l’ospedale di Kalongo e la scuola di ostetricia che come Fondazione portiamo avanti ogni giorno, continuando a promuovere la formazione medica e manageriale locale, con un focus specifico sulla formazione umana e professionale delle donne, grazie anche al lavoro di tanti medici volontari che prestano la loro opera all’ospedale. Come il Dr. Tito Squillaci, primo medico italiano a rientrare in ospedale dall’esplosione della pandemia e che lavorò al fianco di padre Giuseppe nel 1984.

 “Questa mattina, parlando alle studentesse, ho indicato la data incisa sull’ingresso della scuola di ostetricia, 1956. Ho detto loro che quell’anno, così lontano, aveva segnato la nostra vita. Tutti noi, dai vari angoli dell’Uganda e dall’Europa, eravamo lì perché un uomo con lo sguardo al futuro si era preoccupato di preparare una schiera di donne capaci di lavorare per le donne e per il loro bene più prezioso: i loro bambini. Padre Giuseppe aveva realizzato l’ideale di Daniele Comboni, “Salvare l’Africa con l’Africa”, e aveva compreso che le donne sono il motore più potente della società africana. Tutto questo appare chiaro quando si osserva il percorso, non solo professionale ma anche psicologico, che le studentesse compiono: all’arrivo spaesate e intimidite, alla fine professioniste preparate e sicure di sé, capaci di prendere in mano la sorte di una mamma e di intervenire con competenza.

La maggior parte di loro proviene da aree rurali, nelle quali la donna è ancora soggetta a forti condizionamenti, il loro percorso di studi diventa pertanto percorso di emancipazione, ed esse stesse diventano esempio di cambiamento e di progresso per le altre donne.

Padre Giuseppe, che sapeva bene cosa significasse partorire senza nemmeno un’ostetrica, durante la guerra civile, pur consapevole dei rischi per la propria vita decise di non lasciare l’Uganda: lo fece per salvare la scuola per le ostetriche, perché non s’interrompesse l’opera di formazione di una figura così importante, ma anche di una nuova coscienza civile. E oggi la scuola c’è”.

Tito Squillaci, Kalongo marzo 2021

 

Oggi più che mai la scuola e l'ospedale hanno bisogno di un supporto regolare e costante per riuscire a svolgere con continuità le proprie attività di formazione, fondamentali per offrire ogni giorno assistenza e cure qualificate. Grazie a quanto ci sostengono e continuano a darci fiducia!

CARI AMICI,
l’anno che è passato è stato drammatico, ma anche unico nell’offrirci nuove opportunità come quella di intensificare la relazione
con voi in un momento di paura e di solitudine per ciascuno di noi. Non vi nascondo che con il propagarsi della pandemia abbiamo
temuto di non riuscire a mantenere gli impegni presi con l’ospedale e la scuola di ostetricia.

La vostra risposta così pronta e concreta in un momento così incerto ci ha sorpreso ancora una volta.

È grazie a voi se siamo intervenuti con tempestività per sostenere l’ospedale nel far fronte alla pandemia e per fare in modo che nessuna attività medica fosse interrotta. È grazie a voi se nonostante inevitabili difficoltà siamo riusciti a portare avanti i progetti in corso, completando il nuovo reparto d’isolamento della pediatria, il blocco dei servizi igienici e le nuove cucine dedicate al reparto: interventi essenziali per migliorare il benessere dei bambini costretti a periodi di isolamento.

Sono proseguiti verso l’ultimo anno di cantiere i lavori di ristrutturazione degli alloggi per il personale ospedaliero, la cui presenza continuativa è oggi ancora più importante.

Purtroppo, a questi risultati concreti si affiancano gli effetti indiretti ma altrettanto drammatici della pandemia. Un esempio su tutti: il numero di parti in ospedale è dimezzato rispetto all’anno precedente. Moltissime donne hanno rinunciato a un parto sicuro per il timore o per le difficoltà a recarsi in ospedale, scegliendo di partorire a casa senza l’assistenza di ostetriche qualificate.

2.707 contro 4.778 parti: questo numero dimezzato racconta di parti avvenuti in condizioni estremamente rischiose per la vita delle mamme e dei loro bambini. Il personale ospedaliero si sta impegnando a rafforzare strumenti e strategie per promuovere la salute nei villaggi tra chi non ha accesso ai servizi sanitari di base. Pur continuando a prendersi cura delle quasi 50.000 persone che ogni anno si rivolgono all’ospedale.

La nostra forza nell’essere al loro fianco è la fiducia reciproca che da sempre distingue il rapporto tra la Fondazione e voi che ci sostenete. Quel filo rosso che lega noi e voi a Kalongo e ci permette di portare avanti con coerenza e serietà la testimonianza di bene che padre Giuseppe Ambrosoli ci ha lasciato. Perché l’ospedale resti un punto di riferimento concreto e sicuro per tutte le migliaia di persone che da oltre 60 anni vi si affidano.

Giovanna Ambrosoli