Il 14 giugno si celebra la Giornata mondiale del donatore di sangue, istituita dall’OMS. Un gesto semplice che può salvare molte vite, ma che in zone remote come l’Africa, e qui in Uganda, presenta ancora criticità in un sistema sanitario fragile. A Kalongo i beneficiari principali delle donazioni di sangue sono bambini con forme gravi di malaria, donne con emorragie post-parto, ma anche vittime di violenza di genere. E quando il sangue manca sono proprio loro a subirne le conseguenze.
La situazione in questo anno di pandemia si è ulteriormente aggravata. L’erogazione dei servizi sanitari di base in ospedale, è stata messa a dura prova dal lockdown con i pazienti che accedevano in ritardo alle cure mediche per paura del contagio, raggiungendo così l’ospedale in condizioni critiche, molte delle quali richiedevano trasfusioni di sangue di emergenza.
Grazie al supporto dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), l’ospedale di Kalongo ha ricevuto sacche di sangue e altro materiale necessario per le trasfusioni di emergenza e salvavita. Questo sostegno rientra tra gli sforzi dell’ufficio regionale dell’AICS Nairobi per aiutare i sistemi sanitari locali nella Regione che, nelle circostanze straordinarie provocate dalla pandemia Covid-19, hanno dovuto affrontare difficoltà crescenti nel fornire una risposta più efficace e tempestiva.
Se in condizioni normali l’ospedale di Kalongo si affida alla banca del sangue Gulu per le trasfusioni, la chiusura di scuole e università durante la pandemia ha creato un improvviso vuoto nella disponibilità di sangue che ha pesantemente colpito l’intero Paese, essendo gli studenti la principale fonte di donazioni di sangue. La carenza di sangue ha conseguenze letali, in particolare per i pazienti pediatrici sotto i 5 anni e in caso di complicanze ostetriche. In questa situazione di emergenza, l’ospedale ha dovuto fare affidamento sul prelievo di sangue locale per salvare i pazienti la cui vita dipende proprio dalle trasfusioni di sangue.
Grazie all’AICS Nairobi ha ricevuto sacche di sangue, reagenti, siringhe, test di screening e altro materiale necessario per le donazioni di sangue di emergenza. Un contributo importante che si unisce agli sforzi che la Fondazione porta avanti quotidianamente per garantire quotidianità alle cure dell’ospedale.
Passata la paura del primo lockdwon, è notizia di pochi giorni fa che il governo ugandese ha decretato un nuovo lockdown. Questo isolerà ancora una volta l'ospedale rendendo più problematico l’approvvigionamento di tutto ciò che serve ai reparti. La paura e i timori tornano, con l’affanno di riuscire a salvare più vite possibili, perché oltre alla pandemia sono arrivate le piogge e con esse anche immancabilmente la malaria …
Non lasciamoli soli. Grazie per quello che potrete fare!
E’ stata un’occasione che ha ridotto le distanze con Kalongo, in un momento difficile per il mondo intero, che ci ha permesso di ascoltare racconti di vita quotidiana dalla viva voce di chi ogni giorno ‘vive la routine’, come loro stessi la definiscono con grande forza e resilienza, … di certo una routine molto diversa da come noi la possiamo immaginare.
Per chi non avesse potuto partecipare al nostro evento online di giovedì 27 maggio, in diretta da Kalongo con la dr.ssa Carmen Orlotti e il dr. Tito Squillaci , qui potete ascoltare la registrazione delle loro testimonianze.
Janneth Aketo lavora all’ospedale di Kalongo dal 2014, grazie al contributo della Fondazione Ambrosoli ha conseguito prima il certificato e poi il Diploma in ostetricia alla St Mary Midwifery School di Kalongo.
Janneth non ha avuto un’infanzia facile, ottava di dieci figli è rimasta orfana di padre da bambina. La piccola attività agricola della madre non bastava a pagare l’istruzione di tutti i figli, i quali già da piccoli si adoperavano in piccole attività per contribuire al sostentamento della famiglia.
Scelse di diventare ostetrica da bambina, ascoltando la storia che la madre le raccontava del momento della sua nascita. A causa di una complicanza al parto la mamma di Janneth subì una paralisi temporanea ma sopravvisse grazie all’intervento di un’ostrica qualificata.
Ed è proprio il desiderio di diventare ostetrica per salvare il maggior numero di mamme unito alla sua forte volontà, che le hanno permesso di raggiungere tutti i suoi traguardi.
Oggi è l’attuale responsabile del reparto di maternità di Kalongo.
Le abbiamo chiesto di condividere con noi la storia di una mamma che ha aiutato a partorire.
Tra le tante ha scelto la storia di OJ, una giovane donna all’ottavo mese di gravidanza, ricoverata a Kalongo perché fortemente anemica. Dopo due settimane di cure l’anemia era molto migliorata e OJ è entrata in travaglio. Il parto naturale è andato bene e OJ ha avuto un maschietto di 3,2 Kg.
Sfortunatamente, dopo la nascita del bambino, la placenta non è stata espulsa causando una grave emorragia, molto pericolosa per una persona già anemica. Janneth è intervenuta immediatamente, classificando il caso come un’emergenza ostetrica. Ha subito ordinato l’osservazione costante di tutti i parametri vitali della mamma, le ha somministrato i farmaci necessari e proceduto con la rimozione manuale della placenta. A seguito dell’espulsione della placenta l’utero si è contratto e l’emorragia è via via diminuita. Sono stati dimessi in buona salute dopo alcuni giorni in osservazione, con la richiesta di tornare in ospedale per il follow up in reparto ginecologico.
Janneth sa bene che senza l’ospedale e l’assistenza di ostetriche ben preparate moltissime donne come OJ rischierebbero di perdere la vita nel dare la luce i loro bambini, per questo ci dice, è felice di essere ostetrica e di lavorare a Kalongo.
E’ l’insegnamento e il monito che ci ha lasciato Padre Giuseppe con l’ospedale di Kalongo e la scuola di ostetricia che come Fondazione portiamo avanti ogni giorno, continuando a promuovere la formazione medica e manageriale locale, con un focus specifico sulla formazione umana e professionale delle donne, grazie anche al lavoro di tanti medici volontari che prestano la loro opera all’ospedale. Come il Dr. Tito Squillaci, primo medico italiano a rientrare in ospedale dall’esplosione della pandemia e che lavorò al fianco di padre Giuseppe nel 1984.
“Questa mattina, parlando alle studentesse, ho indicato la data incisa sull’ingresso della scuola di ostetricia, 1956. Ho detto loro che quell’anno, così lontano, aveva segnato la nostra vita. Tutti noi, dai vari angoli dell’Uganda e dall’Europa, eravamo lì perché un uomo con lo sguardo al futuro si era preoccupato di preparare una schiera di donne capaci di lavorare per le donne e per il loro bene più prezioso: i loro bambini. Padre Giuseppe aveva realizzato l’ideale di Daniele Comboni, “Salvare l’Africa con l’Africa”, e aveva compreso che le donne sono il motore più potente della società africana. Tutto questo appare chiaro quando si osserva il percorso, non solo professionale ma anche psicologico, che le studentesse compiono: all’arrivo spaesate e intimidite, alla fine professioniste preparate e sicure di sé, capaci di prendere in mano la sorte di una mamma e di intervenire con competenza.
La maggior parte di loro proviene da aree rurali, nelle quali la donna è ancora soggetta a forti condizionamenti, il loro percorso di studi diventa pertanto percorso di emancipazione, ed esse stesse diventano esempio di cambiamento e di progresso per le altre donne.
Padre Giuseppe, che sapeva bene cosa significasse partorire senza nemmeno un’ostetrica, durante la guerra civile, pur consapevole dei rischi per la propria vita decise di non lasciare l’Uganda: lo fece per salvare la scuola per le ostetriche, perché non s’interrompesse l’opera di formazione di una figura così importante, ma anche di una nuova coscienza civile. E oggi la scuola c’è”.
Tito Squillaci, Kalongo marzo 2021
Oggi più che mai la scuola e l'ospedale hanno bisogno di un supporto regolare e costante per riuscire a svolgere con continuità le proprie attività di formazione, fondamentali per offrire ogni giorno assistenza e cure qualificate. Grazie a quanto ci sostengono e continuano a darci fiducia!
CARI AMICI,
l’anno che è passato è stato drammatico, ma anche unico nell’offrirci nuove opportunità come quella di intensificare la relazione
con voi in un momento di paura e di solitudine per ciascuno di noi. Non vi nascondo che con il propagarsi della pandemia abbiamo
temuto di non riuscire a mantenere gli impegni presi con l’ospedale e la scuola di ostetricia.
La vostra risposta così pronta e concreta in un momento così incerto ci ha sorpreso ancora una volta.
È grazie a voi se siamo intervenuti con tempestività per sostenere l’ospedale nel far fronte alla pandemia e per fare in modo che nessuna attività medica fosse interrotta. È grazie a voi se nonostante inevitabili difficoltà siamo riusciti a portare avanti i progetti in corso, completando il nuovo reparto d’isolamento della pediatria, il blocco dei servizi igienici e le nuove cucine dedicate al reparto: interventi essenziali per migliorare il benessere dei bambini costretti a periodi di isolamento.
Sono proseguiti verso l’ultimo anno di cantiere i lavori di ristrutturazione degli alloggi per il personale ospedaliero, la cui presenza continuativa è oggi ancora più importante.
Purtroppo, a questi risultati concreti si affiancano gli effetti indiretti ma altrettanto drammatici della pandemia. Un esempio su tutti: il numero di parti in ospedale è dimezzato rispetto all’anno precedente. Moltissime donne hanno rinunciato a un parto sicuro per il timore o per le difficoltà a recarsi in ospedale, scegliendo di partorire a casa senza l’assistenza di ostetriche qualificate.
2.707 contro 4.778 parti: questo numero dimezzato racconta di parti avvenuti in condizioni estremamente rischiose per la vita delle mamme e dei loro bambini. Il personale ospedaliero si sta impegnando a rafforzare strumenti e strategie per promuovere la salute nei villaggi tra chi non ha accesso ai servizi sanitari di base. Pur continuando a prendersi cura delle quasi 50.000 persone che ogni anno si rivolgono all’ospedale.
La nostra forza nell’essere al loro fianco è la fiducia reciproca che da sempre distingue il rapporto tra la Fondazione e voi che ci sostenete. Quel filo rosso che lega noi e voi a Kalongo e ci permette di portare avanti con coerenza e serietà la testimonianza di bene che padre Giuseppe Ambrosoli ci ha lasciato. Perché l’ospedale resti un punto di riferimento concreto e sicuro per tutte le migliaia di persone che da oltre 60 anni vi si affidano.
Giovanna Ambrosoli
Partecipa al nostro web talk, il 6 maggio ore 18.00.
Un modo per ritrovarci in questo momento in cui la distanza ha rallentato tutto. Una serie di web talk in cui fare quattro chiacchere in compagnia di esperti su svariati temi che possono rallegrare le vostre giornate e far riscoprire le vostre passioni.
Cominciamo con i fiori. Durante la LIVE avrete la possibilità di farvi ispirare e fare tutte le domande che vorrete al nostro esperto! L’architetto Erica Ratti, specialista in garden design di Rattiflora. Azienda familiare con sede nella splendida cornice del lago di Como, che opera da quasi 80 anni nella progettazione di giardini e studio di allestimenti floreali e ha portato la creatività italiana nel mondo. I fiori di Rattiflora hanno arricchito anche le scenografie di matrimoni di molte celebrità, come Boris Becker, Borromeo- Elkann, Jennifer Lopez, Madonna e Wayne Rooney.
Per rallegrare le tua giornate, riscoprire la tua passioni e, se vuoi, fare del bene a sostegno dell'ospedale di Kalongo.
Ti aspettiamo e se puoi porta un amico!
I fondi raccolti sosterranno il reparto di maternità che accoglie e assiste circa 3.000 mamme ogni anno.
Partecipa al nostro web talk, 27 maggio ore 20.30.
Ogni giorno all’ospedale di Kalongo si affrontano sfide quotidiane per salvare tante vite, soprattutto mamme e bambini, i più vulnerabili.
A fianco del personale medico locale ci sono anche due medici italiani: Carmen Orlotti chirurgo che ha scelto di rimanere a Kalongo durante il Covid 19, e Tito Squillaci pediatra da sempre vicino alla Fondazione e all’ospedale, il primo medico italiano che è tornato a Dr Memorial Hospital dopo la pandemia, appena le misure di restrizione lo hanno consentito. Il 27 maggio ci racconteranno come la comunità di Kalongo e l’ospedale stanno vivendo questo momento: storie di vita quotidiana!
Una diretta davvero speciale con due persone molto speciali.
Non mancate!
Lo scorso anno all’ospedale di Kalongo abbiamo assistito in ambulatorio 31.058 persone e accolto in reparto 16.779 pazienti. Persone che altrimenti non avrebbero potuto ricevere le cure di cui avevano bisogno. Bambini che senza l’aiuto di un’ostetrica difficilmente sarebbero venuti alla luce.
Ascolta le parole appassionate della dottoressa Martina Mandolesi, amica della Fondazione che ha operato al Dr Ambrosoli Memorial Hospital
A Kalongo, uno dei luoghi più poveri e isolati del Nord Uganda, medici, infermieri e ostetriche lavorano senza tregua per difendere la vita dei più deboli. Forti del nostro sostegno, senza il quale sarebbe per loro difficilissimo operare.
Oggi ti chiediamo di darci fiducia e sostenerci con il tuo 5x1000.
Un gesto semplice che può cambiare il futuro di molte persone qui a Kalongo, soprattutto quello di mamme e bambini!
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GRAZIE!
“Incoraggiare le donne in gravidanza a continuare a presentarsi alle visite prenatali, a nutrirsi in modo corretto, ad allattare in modo esclusivo per i primi sei mesi, è fondamentale per prevenire la malnutrizione nei bambini più piccoli. Così come convincere i genitori a portare in ospedale i bambini malnutriti il prima possibile e non aspettare quando magari è troppo tardi è di fondamentale importanza in aree povere, vaste e isolate come questa ” racconta Alice Akello infermiera appassionata, in prima linea nella lotta alla malnutrizione alla Nutrition Unit dell’ospedale di Kalongo.
“Per fermare la malnutrizione occorre raggiungere e coinvolgere le madri, i genitori e le comunità locali perché imparino a riconoscere i primi segni della malnutrizione e siano consapevoli dell’importanza di mangiare cibi nutrienti per prevenirla. Anche per questo visitiamo i villaggi e insegniamo alle persone quali alimenti coltivare nei propri orti e come cucinarli per salvaguardare i valori nutrizionali. Promuoviamo le buone pratiche igienico sanitarie per prevenire malattie come le infestazioni da vermi, la diarrea e la malaria che nel lungo periodo causano la malnutrizione. Purtroppo il distretto di Kalongo è molto vasto e non riusciamo a raggiungere tutti i villaggi, sono ancora molte le famiglie che non possono beneficiare della nostra consulenza nutrizionale e sanitaria, ma non ci arrendiamo, vogliamo raggiungere il maggior numero di famiglie possibile. Ci sono ancora tanti bambini da proteggere e salvare”.
Non ci possiamo fermare!