La variante delta si sta diffondendo tra gli africani a una velocità di diffusione impressionante: 225 volte maggiore rispetto alla prima ondata del virus originario in Africa. L’Uganda presenta un elevato numero di casi nella fascia di età under 40, con una mortalità in aumento. La maggior parte dei malati richiedono ricovero nei reparti di terapia intensiva o sub-intensiva. La domanda di ossigeno, con pazienti che consumano tra le 4 e le 6 bombole al giorno contro le 1-2 bombole dei pazienti ricoverati in terapia sub-intensiva per altre patologie, è aumentata esponenzialmente.

All’ospedale di Kalongo, COVID19 - centro di riferimento per i casi lievi e moderati, il tasso di positività è oggi al 22%, ma i casi sono certamente molti di più dato lo scarso numero di test a disposizione.

“Il nostro algoritmo di test si rivolge principalmente solo alle persone che mostrano sintomi simili a COVID per ottimizzare le scarse risorse di test che abbiamo” – ci racconta il dott. Smart, direttore dell’ospedale – “Questo significa che i positivi che non mostrano sintomi non si riescono a raggiungere e inoltre non si riescono a fare i test su coloro che sono entrati in contatto con persone contagiate. A tutti i contatti tracciabili consigliamo di auto-isolarsi per almeno 10 giorni. La tracciabilità è molto complessa e difficoltosa da mettere in pratica nelle nostre comunità di villaggi isolati

Da giugno sono stati ricoverati e curati 20 pazienti, l'80% ossigeno-dipendente, ma grazie alla tenacia dei medici e del personale dell’ospedale solo 3 pazienti sono deceduti.

Per affrontare questa pandemia, che si aggiunge ad una situazione sanitaria già precaria, l’Ospedale ha potuto garantire le cure grazie al supporto della Fondazione Ambrosoli, non addebitando alcun costo ai pazienti, a differenza molti altri ospedali del Paese.

Per aiutare l’ospedale a fronteggiare la pandemia, la Fondazione ha stanziato dal 2020 circa € 82.000 per la fornitura di mascherine, guanti, disinfettanti, strumentazioni per la respirazione. A voi che ci sostenete e che ci siete vicino va il nostro grazie!

La situazione non potrebbe essere più drammatica, non soltanto nel presente, ma anche in prospettiva.

La campagna vaccinale in Africa non sta seguendo i ritmi sperati, soltanto l’1% della popolazione è stato completamente vaccinato.

Abbiamo di fronte a noi un percorso difficile. Mancano farmaci, dispositivi medici e strumentazioni di prima necessitàquesto l’appello che arriva dal Dr. Smart – “con la velocità di propagazione del virus le riserve degli ospedali si sono esaurite, anche qui a Kalongo. Il nostro reparto di isolamento è vecchio, non è adatto e sicuro alla cura dei pazienti. Ma soprattutto la fornitura di ossigeno rimane molto impegnativa. E’ rischioso e non possiamo fare affidamento sui concentratori che spesso si rompono a causa dell’uso costante. Per questo spesso ricarichiamo le bombole di ossigeno presso il Lacor Hospital a Gulu ma questa soluzione aggrava ulteriormente il costo delle cure che l’ospedale deve sostenere per curare i pazienti COVID". 

Un impatto che si riversa su tutto l’ospedale: perché i bambini continuano a nascere, aumentano i casi prematuri, la malaria e la malnutrizione, la tubercolosi non danno tregua.

Non lasciamoli soli!

Si contano 90.656 casi confermati con 68.241 ricoverati e nell’ultimo mese il Covid ha provocato più vittime rispetto all’anno precedente. Numeri che per un paese che vive in povertà e con un sistema sanitario precario fanno la differenza. Con la rapida diffusione della variante Delta, il 66% dei casi gravi in soggetti di età inferiore ai 45 anni è stato attribuito proprio alla variante. La pandemia ha, però, interessato duramente tutta la popolazione, comprese le comunità che vivono nelle regioni più isolate del paese che sono toccate da una crisi non solo sanitaria, ma anche economica e sociale. Proprio come qui a Kalongo nel Nord del paese, un’area poverissima e isolata. 

Le famiglie vivono principalmente di agricoltura di sussistenza e dove, con le restrizioni imposte, gli spostamenti nel Paese sono difficili, portandosi dietro un drastico calo degli scambi commerciali che ha pesantemente influito sull’economia. I risparmi mensili accumulati dalle famiglie sono pressoché dimezzati, e le spese totali su base mensile si sono ridotte del 20% nell’ultimo anno. Anche la composizione delle singole spese è cambiata: rispetto all’anno precedente, le persone hanno speso meno per cibo, vestiti e attività produttive, mentre i costi sostenuti per la salute sono aumentati, con anche numerose difficoltà per accedere ai servizi sanitari di base. 

Gli effetti della crisi sull’utilizzo dei sistemi sanitari sono evidenti: la maggior parte della popolazione preferisce evitare o posticipare le cure in caso di disturbi lievi, ma anche una parte circa il 20% si dice disposto a posticipare visite e ricoveri. 

Dopo un anno di pandemia gli effetti della crisi sulle comunità locali sono pesanti e riguardano diversi aspetti della vita di queste persone. E questa nuova ondata lascia poche spazio alla speranza di un ripresa ad una normalità che in tutto il mondo auspichiamo, ma che in questi paesi significa solo cercare di sopravvivere. 

 

Restaci accanto, l'ospedale di Kalongo ha bisogno del nostro aiuto subito!

Evelyn ha 28 anni ed è alla sua terza gravidanza.  Quando entra in travaglio, decide di partorire nel vicino Health Center. I due parti precedenti sono stati normali ed anche questa gravidanza è proceduta regolarmente. Ma questa volta le cose non si mettono bene. Dopo la nascita del bambino la placenta non viene espulsa, Evelyn perde molto sangue, la giovane ostetrica fatica a effettuare la rimozione manuale. Ci riesce ma la paziente ha bisogno di sangue. Caricata insieme al suo bambino in ambulanza, all’arrivo in ospedale è incosciente. Il personale si affretta ad effettuare le manovre di rianimazione mentre il neonato viene inviato in neonatologia. Finalmente la paziente riprende coscienza, è stabile. Nei giorni successivi la diagnosi di malaria aggrava la sua anemia, ma Evelyn sembra passare attraverso tutte le sue sfortune con una invidiabile tenacia.   

Purtroppo dopo un paio di giorni in cui sembrava essersi ripresa, Evelyn ha di nuovo febbre alta, la pancia è gonfia, ha tosse e respira a fatica. Pensiamo ad una febbre puerperale, probabilmente indotta dalle manovre ostetriche. Iniziamo gli antibiotici, ma Evelyn fa sempre più fatica a respirare. Non abbiamo dubbi, facciamo il test rapido per il covid 19. Con sgomento di tutti il test risulta positivo. 

Mi chiamano, ormai è domenica sera, non possiamo inviare la paziente a Gulu, dove esiste il centro di isolamento. Organizziamo quindi il trasferimento nella nostra area di isolamento. Prepariamo l’ossigeno, mettiamo delle infusioni. Con nostro sollievo la sua saturazione sembra reggere bene.  Ma se il respiro si mantiene con parametri normali, la situazione addominale non si sblocca. Forse ci sara bisogno di un intervento chirurgico. Lo spieghiamo alla paziente ed ai parenti, sono disperati. Ricontattiamo Gulu che ci informa che non hanno possibilità di chirurgia, nè tanto meno del materiale sufficiente per proteggere il ventilatore.  

Mi sento sola, ci sentiamo soli. Mi passano per la mente le immagini delle nostre terapie intensive, mi risuonano nella testa i bip dei monitors, rivedo il team di medici che si consulta. Giro lo sguardo nella stanza dove Evelyn si è ora assopita, la flebo, il concentratore di ossigeno in standby, il saturimetro. Penso a questa giovane vita che affronta una battaglia cosi grande, contro le complicanze ostetriche e contro il covid. Penso tra me “Forza Evelyn dobbiamo farcela!” 

 Carmen Orlotti 

Medico chirurgo all’ospedale di Kalongo 

 

Il presidente dell'Uganda Yoweri Museveni alcuni giorni fa ha reimposto un rigoroso blocco che include la chiusura delle scuole e la sospensione dei viaggi interdistrettuali per aiutare a contrastare un'ondata di casi COVID-19 nel paese dell'Africa orientale. Un nuovo lockdown colpisce l’Uganda. Una doccia fredda per tutti noi, a Kalongo come in Italia.

Il mese scorso le infezioni hanno iniziato a salire e i nuovi casi sono aumentati a causa delle varianti più aggressive come quella inglese, indiana e sud africana, in particolare tra i più giovani, alimentando i timori che il paese possa scivolare in una nuova ondata fuori controllo. L’annuncio del blocco dei trasporti, ha scatenato un movimento di studenti e lavoratori che ansiosi di tornare a casa, sono partiti da distretti dove il tasso di infezione è già altissimo, portando l’infezione nei loro villaggi.

Il virus ha iniziato a correre  all’improvviso e più veloce di prima in tutto il Paese: il tasso di positività è salito dal 2% al 17%. Sono 61.977 i casi positivi ad oggi, ma si teme che i numeri siano molti di più di quelli ufficialmente segnalati.

La D.ssa Carmen Orlotti chirurgo a Kalongo al Dr. Ambrosoli Memorial Hospital, ci aggiorna in tempo reale: Anche a Kalongo abbiamo iniziato a registrare i primi positivi. Abbiamo riaperto il centro per l’isolamento e il trattamento dei casi Covid. I primi pazienti ricoverati presentano un quadro tipico di insufficienza respiratoria con dipendenza dall’ossigeno. Ossigeno che noi possiamo erogare solo dai concentratori di ossigeno.  Il protocollo ministeriale prevede il trasferimento di tutti questi pazienti a Gulu, il centro di isolamento regionale più vicino, ma è già sovraffollato. Saranno giorni difficili quelli a venire. Fronteggiare un’epidemia senza aver tutti i mezzi per farlo al meglio espone il personale, i pazienti e le loro famiglie a rischi altissimi. Noi andiamo avanti, uno sguardo in alto a chiedere ancora una volta che p. Ambrosoli custodisca il suo ospedale e quanti vi lavorano o cercano aiuto”. 

Il personale di Kalongo fortunatamente è stato vaccinato, ma ora temiamo il propagarsi del virus tra pazienti e famiglie. La paura è che finiscano presto i posti letto negli ospedali, senza dimenticare che ci sono soltanto 218 posti in terapia intensiva a fronte di 44 milioni di abitanti. L’ossigeno scarseggia ovunque, i centri regionali di isolamento sono già al limite della loro capacità di accoglienza.

Il governo ha fatto numerosi sforzi per mettere in sicurezza il paese ma quello che manca davvero in Uganda sono i vaccini. Su quasi 2 miliardi di somministrazioni fatte nel mondo, solo 30 milioni di dosi (pari all’1%) sono arrivate in Africa. 

Secondo quanto afferma anche Matshidiso Moeti, direttore regionale per l’Africa dell’OMS, la minaccia di una terza ondata è reale e crescente nel continente considerato che la campagna vaccinale è sostanzialmente ferma: la previsione fatta per mesi dagli scienziati di tutto il mondo, secondo i quali la carenza di vaccini nei paese del terzo mondo avrebbe favorito nuove ondate di contagi e la nascita di nuove varianti, si sta purtroppo avverando.

Non lasciamoli soli! Siamo molto preoccupati ma consapevoli: dobbiamo aiutare l’ospedale a far fronte nel miglior modo possibile alla nuova ondata continuando a prendersi cura di chi ha più bisogno.

Il 14 giugno si celebra la Giornata mondiale del donatore di sangue, istituita dall’OMS. Un gesto semplice che può salvare molte vite, ma che in zone remote come l’Africa, e qui in Uganda, presenta ancora criticità in un sistema sanitario fragile. A Kalongo i beneficiari principali delle donazioni di sangue sono bambini con forme gravi di malaria, donne con emorragie post-parto, ma anche vittime di violenza di genere. E quando il sangue manca sono proprio loro a subirne le conseguenze.

La situazione in questo anno di pandemia si è ulteriormente aggravata. L’erogazione dei servizi sanitari di base in ospedale, è stata messa a dura prova dal lockdown con i pazienti che accedevano in ritardo alle cure mediche per paura del contagio, raggiungendo così l’ospedale in condizioni critiche, molte delle quali richiedevano trasfusioni di sangue di emergenza.

Grazie al supporto dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), l’ospedale di Kalongo ha ricevuto sacche di sangue e altro materiale necessario per le trasfusioni di emergenza e salvavita. Questo sostegno rientra tra gli sforzi dell’ufficio regionale dell’AICS Nairobi per aiutare i sistemi sanitari locali nella Regione che, nelle circostanze straordinarie provocate dalla pandemia Covid-19, hanno dovuto affrontare difficoltà crescenti nel fornire una risposta più efficace e tempestiva.

Se in condizioni normali l’ospedale di Kalongo si affida alla banca del sangue Gulu per le trasfusioni, la chiusura di scuole e università durante la pandemia ha creato un improvviso vuoto nella disponibilità di sangue che ha pesantemente colpito l’intero Paese, essendo gli studenti la principale fonte di donazioni di sangue. La carenza di sangue ha conseguenze letali, in particolare per i pazienti pediatrici sotto i 5 anni e in caso di complicanze ostetriche. In questa situazione di emergenza, l’ospedale ha dovuto fare affidamento sul prelievo di sangue locale per salvare i pazienti la cui vita dipende proprio dalle trasfusioni di sangue.

Grazie all’AICS Nairobi ha ricevuto sacche di sangue, reagenti, siringhe, test di screening e altro materiale necessario per le donazioni di sangue di emergenza. Un contributo importante che si unisce agli sforzi che la Fondazione porta avanti quotidianamente per garantire quotidianità alle cure dell’ospedale.

Passata la paura del primo lockdwon, è notizia di pochi giorni fa che il governo ugandese ha decretato un nuovo lockdown. Questo isolerà ancora una volta l'ospedale rendendo più problematico l’approvvigionamento di tutto ciò che serve ai reparti. La paura e i timori tornano, con l’affanno di riuscire a salvare più vite possibili, perché oltre alla pandemia sono arrivate le piogge e con esse anche immancabilmente la malaria …

Non lasciamoli soli. Grazie per quello che potrete fare!

E’ l’insegnamento e il monito che ci ha lasciato Padre Giuseppe con l’ospedale di Kalongo e la scuola di ostetricia che come Fondazione portiamo avanti ogni giorno, continuando a promuovere la formazione medica e manageriale locale, con un focus specifico sulla formazione umana e professionale delle donne, grazie anche al lavoro di tanti medici volontari che prestano la loro opera all’ospedale. Come il Dr. Tito Squillaci, primo medico italiano a rientrare in ospedale dall’esplosione della pandemia e che lavorò al fianco di padre Giuseppe nel 1984.

 “Questa mattina, parlando alle studentesse, ho indicato la data incisa sull’ingresso della scuola di ostetricia, 1956. Ho detto loro che quell’anno, così lontano, aveva segnato la nostra vita. Tutti noi, dai vari angoli dell’Uganda e dall’Europa, eravamo lì perché un uomo con lo sguardo al futuro si era preoccupato di preparare una schiera di donne capaci di lavorare per le donne e per il loro bene più prezioso: i loro bambini. Padre Giuseppe aveva realizzato l’ideale di Daniele Comboni, “Salvare l’Africa con l’Africa”, e aveva compreso che le donne sono il motore più potente della società africana. Tutto questo appare chiaro quando si osserva il percorso, non solo professionale ma anche psicologico, che le studentesse compiono: all’arrivo spaesate e intimidite, alla fine professioniste preparate e sicure di sé, capaci di prendere in mano la sorte di una mamma e di intervenire con competenza.

La maggior parte di loro proviene da aree rurali, nelle quali la donna è ancora soggetta a forti condizionamenti, il loro percorso di studi diventa pertanto percorso di emancipazione, ed esse stesse diventano esempio di cambiamento e di progresso per le altre donne.

Padre Giuseppe, che sapeva bene cosa significasse partorire senza nemmeno un’ostetrica, durante la guerra civile, pur consapevole dei rischi per la propria vita decise di non lasciare l’Uganda: lo fece per salvare la scuola per le ostetriche, perché non s’interrompesse l’opera di formazione di una figura così importante, ma anche di una nuova coscienza civile. E oggi la scuola c’è”.

Tito Squillaci, Kalongo marzo 2021

 

Oggi più che mai la scuola e l'ospedale hanno bisogno di un supporto regolare e costante per riuscire a svolgere con continuità le proprie attività di formazione, fondamentali per offrire ogni giorno assistenza e cure qualificate. Grazie a quanto ci sostengono e continuano a darci fiducia!

Le donne in Africa sono il motore del Paese, la sua energia. Fanno il possibile per accedere all’istruzione, portano a casa stipendi che permettono a intere faglie allargate di vivere e far studiare i figli, coltivano i campi e soprattutto non si arrendono grazie alla loro forza interiore. Ma essere donna è ancora una sfida nella sfida: se sono sempre di più quelle che cercano di riscattarsi da una condizione di svantaggio economico e sociale, gli ostacoli e le difficoltà da superare sono ancora tanti.

I tassi di fertilità in Africa sono i più alti nel mondo. Solo in Uganda ognuna ha in media 6 figli e il 15% partorisce il primo figlio tra i 15 e i 19 anni. Più di 1 donna su 5 di età compresa tra i 15 e i 49 anni ha subito un qualche tipo di violenza sessuale nel corso della sua vita e molte delle violenze sono consumate in ambiente domestico, soprattutto in aree rurali dove tasso di scolarizzazione è basso. Le violenze di genere possono avere conseguenze devastanti per la loro vita: molto spesso si ritrovano ad affrontare gravidanze indesiderate, aborti praticati in condizioni non sicure, con il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili. La condizione della donna in Uganda è quindi ancora estremamente critica.

Sono proprio le gravidanze frequenti e ravvicinate che creano problemi sanitari e sociali, specie quando non sono desiderate e avvengano in contesti di grande povertà. Un tema delicato e urgente. Se il tasso di fertilità rimarrà costante, le proiezioni delle Nazioni Unite prevedono che nel 2050 la popolazione mondiale sarà di 10,6 miliardi e, a tendenza inalterata, nel 2100 arriverà a 15,8 miliardi.

Ma sono proprio le storie di Gladys, Molly, Sida, Hellen che si sono diplomate alla Midwifery School, la nostra scuola di ostetricia, la testimonianza che le cose possono cambiare, che la donna che diventa auto-efficiente può superare tutti i problemi sociali contribuendo alla comunità, salvaguardano tante nuove vite.

Qui all’ospedale di Kalongo il lavoro è donna: ostetriche, infermiere e dottoresse contribuiscono alla cura di moltissime mamme e bambini, combattendo la mortalità materno-infantile, e alla formazione delle studentesse della scuola di ostetricia. Dalla sua nascita nel 1959 alla St. Midwifery School si sono diplomate circa 1.500 ostetriche che, grazie a una formazione qualificata, hanno contribuito con professionalità alla prevenzione, alla cura delle donne non solo in Uganda, ma anche in numerosi Paesi dell’Africa sub sahariana.

Il numero di iscritte è aumentato negli anni e la media annuale di studentesse che terminano i corsi è di circa 30 per il corso di ostetriche professionali e circa 12 per il diploma di ostetriche caposala.

Oltre ad assicurare continuità medica al reparto di Maternità dell’Ospedale, la Scuola contribuisce anche allo sviluppo del ruolo sociale della donna quale importante strumento di empowerment femminile. La formazione lavora a 360° sulla figura femminile e sull’essere donne, cercando di aiutarle a diventare autonome nelle decisioni, acquisire buon senso e lucidità di pensiero non condizionato dalla figura maschile.

 

Investire nell’empowerment delle donne significa creare un prerequisito essenziale per la realizzazione della giustizia sociale, significa facilitare un percorso diretto verso la parità di genere, lo sradicamento della povertà e una crescita economica inclusiva, specialmente in aree del mondo remote e rurali, in cui alle avversità naturali e ambientali si aggiungono limitazioni sociali, economiche e culturali. Questa è l’eredità importante e lungimirante che padre Giuseppe ci ha lasciato e per cui ha dato la vita e che oggi si legge nei sorrisi, nella forza di volontà e nell’orgoglio di tutte le studentesse della Midwifery School che sanno di poter fare la differenza.

Grazie a tutti voi che ci aiutate a realizzare i loro sogni!

“Incoraggiare le donne in gravidanza a continuare a presentarsi alle visite prenatali, a nutrirsi in modo corretto, ad allattare in modo esclusivo per i primi sei mesi, è fondamentale per prevenire la malnutrizione nei bambini più piccoli. Così come convincere i genitori a portare in ospedale i bambini malnutriti il prima possibile e non aspettare quando magari è troppo tardi è di fondamentale importanza in aree povere, vaste e isolate come questa ” racconta Alice Akello infermiera appassionata, in prima linea nella lotta alla malnutrizione alla Nutrition Unit dell’ospedale di Kalongo.

Per fermare la malnutrizione occorre raggiungere e coinvolgere le madri, i genitori e le comunità locali perché imparino a riconoscere i primi segni della malnutrizione e siano consapevoli dell’importanza di mangiare cibi nutrienti per prevenirla. Anche per questo visitiamo i villaggi e insegniamo alle persone quali alimenti coltivare nei propri orti e come cucinarli per salvaguardare i valori nutrizionali.  Promuoviamo le buone pratiche igienico sanitarie per prevenire malattie come le infestazioni da vermi, la diarrea e la malaria che nel lungo periodo causano la malnutrizione.  Purtroppo il distretto di Kalongo è molto vasto e non riusciamo a raggiungere tutti i villaggi, sono ancora molte le famiglie che non possono beneficiare della nostra consulenza nutrizionale e sanitaria, ma non ci arrendiamo, vogliamo raggiungere il maggior numero di famiglie possibile. Ci sono ancora tanti bambini da proteggere e salvare”.

Non ci possiamo fermare!

In Africa il dilagare della pandemia sta avendo gravi effetti sulla malnutrizione ed è l’unico luogo al mondo in cui i più colpiti sono i bambini.

La povertà delle famiglie e i tassi di insicurezza alimentare sono aumentati. I servizi nutrizionali essenziali e le catene di approvvigionamento proseguono molto a singhiozzio. I prezzi dei prodotti alimentari sono saliti alle stelle. Di conseguenza, la qualità della dieta dei bambini è diminuita e i tassi di malnutrizione continuano ad aumentare.

Un’analisi del Lancet evidenzia che la prevalenza di malnutrizione acuta tra i bambini sotto i cinque anni potrebbe aumentare del 14,3% nei paesi a basso e medio reddito, a causa dell'impatto socio-economico di COVID-19. Tale aumento si tradurrebbe in oltre 10.000 morti di bambini in più al mese, con oltre il 50% di questi decessi nell'Africa subsaharianaL'aumento stimato della malnutrizione acuta tra i bambini è solo la punta dell'iceberg, avvertono le agenzie delle Nazioni Unite.

La malnutrizione acuta è una forma di malnutrizione pericolosa per la vita dei bambini, in quanto li rende troppo magri e deboli, a maggior rischio di morire, o di crescere, svilupparsi e apprendere in modo inadeguato. Ma il COVID-19 può aumentare anche altre forme di malnutrizione nei bambini e anche nelle donne, tra cui arresto della crescita, carenze di micronutrienti, sovrappeso e obesità come risultato di diete più povere e dell'interruzione dei servizi nutrizionali.

Anche a Kalongo dove i pazienti assistiti dall'ospedale vivono ben al di sotto la soglia di povertà, la pandemia non ha fatto altro che peggiorare la situazione già precaria di tante famiglie. Molte persone hanno perso il lavoro e hanno difficoltà ad accedere ad una dieta sana e alle cure mediche.

Le principali vittime di questa emergenza sono proprio i tantissimi bambini malnutriti, il cui numero cresce giorno dopo giorno. Nel 2020 l'ospedale di Kalongo ha curato quasi 600 bambini affetti da malnutrizione o nati sottopeso. Molti dei quali colpiti anche da malaria, anemia, polmonite.

In assenza di un'azione efficace e tempestiva, il COVID-19 comporterà un drammatico aumento di bambini malnutriti.

Per affrontare questa emergenza stiamo mettendo in campo tutte le risorse e le competenze necessarie a promuovere le visite prenatali, l'assistenza postnatale e l’allattamento materno. A garantire assistenza adeguata ai bambini ricoverati. A rafforzare le visite sul territorio per incrementare l’educazione alle buone pratiche alimentari e raggiungere chi, a causa della pandemia, non viene più in ospedale.

Misure semplici ma efficaci capaci di fare la differenza per migliaia di bambini oggi più che mai a rischio malnutrizione. Questa è una delle tante sfide che abbiamo davanti.