Il mio primo incontro con l’Africa è avvenuto sui banchi del liceo, quando il nostro professore di religione, Don Tullio Contiero condivideva con noi la sua esperienza al rientro dalle sue missioni in Uganda, mostrandoci le foto di bambini, donne e villaggi.

 Ho sempre saputo fin da piccola di voler diventare medico, magari non di diventare chirurgo urologo. Con questa visione coltivavo un sogno durante la mia giovinezza: collaborare nei due grandi ospedali africani, che per me rappresentavano il massimo dell’ideale dell’aiuto agli altri. Uno era l’ospedale di Lambarenè del dott. Albert Schweitzer e l’altro l’ospedale di Padre Ambrosoli a Kalongo.

A distanza di anni, divenuta un chirurgo più esperto, il seme lanciato da Don Contiero ha dato i suoi frutti. Grazie ad incontri favorevoli, sono partita nel 1997 con altri colleghi per una missione a Sololo, uno sperduto villaggio del Kenia al confine con l’Etiopia. Successivamente altre missioni per l’Africa fino a quando ho incontrato a Bologna la dott.ssa Giovanna Ambrosoli e mi sono proposta come urologa per una missione a Kalongo. Qui ho capito che il ciclo del destino si compiva nuovamente, dandomi la possibilità di lavorare in uno degli ospedali d’Africa, mito della mia adolescenza. Ed in questo mio sogno ho coinvolto anche Anastasia (detta Wanda) amica e collega radiologa.

 Ormai in pensione, abbiamo deciso di fare questa esperienza in Uganda, nel villaggio dove molti anni fa un italiano, Padre Giuseppe Ambrosoli, aveva costruito questo piccolo ospedale, sviluppato ulteriormente negli anni successivi, ed ancora funzionante malgrado 20 anni di guerra civile.

 Il concetto di ospedalizzazione, al Dr. Ambrosoli Memorial Hospital, è piuttosto ampio, in quanto il malato non viene ricoverato da solo, ma è accompagnato da tutta la famiglia che gli resta vicino per il tempo della degenza. Si vedevano, perciò, intere famiglie, giunte a piedi dai villaggi vicini, per accompagnare il loro congiunto e poi rimare in ospedale in aree a loro predisposte, dove potevano cucinare e provvedere ai bisogni del nucleo familiare, compresa l’igiene personale ed il bucato.

La mattina, infatti, sui rami degli alberi o sui grandi cespugli venivano stesi indumenti colorati ad asciugare al sole, per indicare l’operosità delle donne, sempre pronte a sostenere la famiglia in ogni situazione. La famiglia unita affronta la malattia insieme al paziente che riceve così sostegno ed incoraggiamento alla guarigione, senza sentirsi solo in questo percorso.  Percorrevamo più volte durante il giorno le aree aperte dove soggiornavano i parenti dei pazienti, sentendoci osservate da occhi curiosi o sorridenti, a volte assenti che si animavano subito al saluto nella loro lingua Acholi: ” Apoio”. In certi momenti pensavamo di disturbare la loro vita, di non capire perfettamente quello che volevano comunicare, né la loro mentalità, sentendo l’imbarazzo di essere privilegiati in questo mondo, al contrario di loro.

Ci informammo sulle abitudini del villaggio e sul ruolo della donna nella comunità. Il miglioramento delle condizioni umane, in qualsiasi angolo del globo terrestre, richiede un lungo periodo di tempo ed un cambiamento della mentalità. Dovrà necessariamente iniziare col rispetto della donna che ancora manca in questa area geografica, come in altre. Saranno proprio le donne che porteranno avanti il Paese, impegnandosi a debellare la corruzione e l’ingiustizia sociale, lavorando come fanno da sempre, per crescere i figli e per l’economia della famiglia e quindi della popolazione.

Questa fiducia nelle donne si alimentava nel vedere il comportamento in ambito sanitario delle dottoresse e delle infermiere. 

Osservare in prima fila la giovane dottoressa ugandese alle 8,30 del mattino, dopo la notte passata di guardia, pronta ed attiva al meeting sull’uso degli antibiotici, faceva ben sperare. Dimostrava, oltre alla buona volontà, che aveva compreso le difficoltà e gli ostacoli del lavoro quotidiano, ma non la spaventavano: la fierezza dei suoi occhi era l’arma vincente!”